Giocondo Albertolli disegnatore di mobili (1777-1822)

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Disegnare mobili fu per Giocondo Albertolli attività praticata in modo assiduo nel corso della sua lunghissima carriera che lo portò ai vertici dell’ornamentazione neoclassica europea a cavallo tra XVIII e XIX secolo.  Ma si trattò di un’attività sotto traccia rispetto a quella ufficiale di stuccatore, ornatista e professore di Ornato. Fu per lui cosa alla stregua del commercio librario[1], di quello dei camini, dei disegni, delle antichità: tutti traffici commerciali praticati  in modo assiduo per una lunga e operosa vita che riemergono oggi dalle lettere e dai documenti d’archivio. L’intento del presente breve saggio è ricostruire questo aspetto sino ad oggi mai indagato approfonditamente.

Il metodo è quello di riunire tutti i mobili oggi ancora conservati, allo stato degli studi a lui attribuibili con certezza, le tavole dei suoi volumi in cui compaiono mobili,  tutti i disegni di mobili oggi nel Fondo di Bellinzona  e  in quello Trefogli di Torricella – a cui ne vanno aggiunti pochi altri conservati tra le carte del Fondo di Giuseppe Maggiolini presso il Gabinetto dei disegni delle Raccolte d’Arte di Milano -.  Vedrà il lettore come si tratti di un percorso svolto entro poche opere certe oggi note e pochi disegni, nella gran parte dei casi di difficile interpretazione e datazione. E’ lecito ipotizzare che questa attività fu nel suo complesso più ricca di quanto le tracce permettono oggi di ricostruire: molto è sicuramente andato perduto, destino comune anche alle sue imprese decorative,  ma certo molto altro, ne sono convinto, rimane ancora celato in attesa di essere riscoperto.  In questo quadro, si capirà bene, sono ancora numerose le questioni irrisolte che meritano di essere segnalate come utili al prosieguo degli studi.

La gran parte dei mobili oggi noti sono databili agli anni dei cantieri che ridisegnarono il volto pubblico e privato di Milano, ossia dai primi anni Settanta sino alla fine dell’ottava decade del XVII  Secolo.  Al 1789 risale quella che viene considerata la più bella coppia di mobili della carriera di Giuseppe Maggiolini, eseguita sotto la regia albertolliana: le commodes per la “sposa Busca”.  Se per quanto riguarda questo periodo ho riunito un gruppo  piuttosto numeroso di opere, ritengo stilisticamente attribuibili  con sicurezza ma scarsamente documentate nel corpus grafico albertolliano,  per il periodo successivo, che corrisponde al governo napoleonico sulla Lombardia (1796-1814), vedrà il lettore come siano pochissimi i disegni nel Fondo e nessun  mobile noto con essi in relazione. Una corrispondenza tra opere e disegni – del Fondo Trefogli – si ha solo con l’ultima produzione in stile Biedermeier dell’anziano maestro. Non si può dire altrettanto dei disegni nelle carte del Fondo dei disegni dell’officina di Giuseppe Maggiolini, anch’essi databili dal  1815 al 1822. Questa è l’ultima data nota di Albertolli disegnatore di mobili che, arrivati a questo punto,  ha ottantaquattro anni.

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Disegnare mobili, nell’ultimo quarto del XVIII secolo, era attività del tutto nuova, non codificata; nemmeno considerata, ovviamente, dall’ufficialità accademica. Il mobile, per quegli anni che segnarono la fine dell’ancien regime, fu faccenda all’avanguardia, espressione del secolo dei Lumi alle corti di Luigi XV e poi di Luigi XVI. Forme totalmente nuove rispetto alle pochissime codificate e immutate pressoché dal rinascimento irruppero prepotentemente nel paesaggio domestico diventando strumenti necessari alla vita  quotidiana e alla socialità. Ma tutto ciò in Francia,  a Parigi, dove la faccenda si fece subito seria perché  interesse della società più ricca e sofisticata,  dunque industria e commercio. Non in Italia dove gli interni ancora dopo la metà del secolo erano spogli, arredati con pochi mobili di rappresentanza improntati a reminiscenze esauste del barocco romano declinate in un’infinità di incomprensibili, a volte meschine, parlate locali. Le esperienze all’avanguardia, ma pur sempre nell’ambito dell’arredo da parata, erano relegate nell’angusto perimetro di due corti: quella sabauda con Pietro Piffetti e quella degli ultimi Medici con Diacinto Maria Marmi e Giovanni Battista Foggini a capo delle Botteghe granducali.

Quando Albertolli giunge a Milano, nel 1774, ha trentasei anni.  E’ un decoratore e uno stuccatore giovane che ha già dato prove di se. La sua fu una formazione prettamente artigianale,  in seno al ramo  famigliare degli Albertolli attivi a Parma come stuccatori. Un poco di accademia con i relativi concorsi di merito, ma senza voli di fantasia;  pare certo senza contatti diretti  di lavoro con il regista dei principali cantieri ducali Alexandre Ennemond Petitot.  Non tradì le aspettative al suo primo incarico, a Firenze alla corte del Granduca Pietro Leopoldo, quando si fece notare non per l’estro ma per la pacatezza inventiva indirizzata dai modelli francesi e per il metodo esecutivo impeccabile. Conseguenza ne fu la chiamata a Milano dove Giuseppe Piermarini abbisognava di un collaboratore in grado di disegnare e realizzare le decorazioni per il palazzo dell’arciduca Ferdinando,  fratello minore del granduca.  Albertolli, sino a questa data, al mobile non ha ancora pensato, lo si può affermare con una certa sicurezza. Tre disegnetti di caminiere e specchiere eseguiti verso il 1772, frammenti di un taccuino oggi tra le carte di Bellinzona (Inv. 385 e 386), sono pensieri ornamentali assai felici tra Rocaille e Louis XVI, cose probabilmente da farsi in stucco. Invenzioni databili verso il 1772, in prossimità del viaggio a Roma, Napoli e delle decorazione del palazzo Grillo a Parma.

I primi sei anni milanesi sono tutti dedicati  alle decorazioni al seguito di Giuseppe Piermarini: il palazzo dell’arciduca Ferdinando e poi quelli del conte Greppi, del principe Alberico Barbiano di Belgiojoso, del marchese Francesco Maria Casnedi e quello di Antonio Carlo Anguissola.  Così sino a tutto il 1780.  Due anni dopo, nel 1782, l’album Ornamenti diversi, che Albertolli pubblica a sue spese,  imporrà il gusto albertolliano come linguaggio ufficiale della decorazione moderna a Milano. Dedicatario del volume è Giuseppe Piermarini al quale Albertolli riconosce nella prefazione la supervisione sul proprio operato. Non vi compaiono mobili ma due girandoles in bronzo: particolari ornamentali assai complessi che lasciano intravvedere interessi non circoscritti solo alla decorazione a stucco. Questo non vuol dire che Albertolli a quella data non avesse ancora disegnato mobili, come si vedrà.

Fu Agostino Gerli a Milano dal 1769, ossia un lustro prima dell’arrivo di Albertolli,  che introdusse nella conservatrice società milanese le prime decorazioni d’interni di gusto francese e i primi mobili moderni.  Già allievo di Ercole Lelli a Bologna, nemmeno ventenne è a Parigi dove per sei anni lavora come “compagnon sculpteur”  nel grande atelier di Honorè Guibert.  Intaglia e lavora come scultore per le boiserie del Petit Trianon,  per quelle della sala del trono del re di Polonia Augusto Poniatowsky che Guibert esegue sotto la regia di Jacques-Anges Gabriel[2]. Quando arriva a Milano ha venticinque anni e una formazione davvero peculiare. E’ irrequieto, entusiasta e convinto che la città lo accoglierà come il vero innovatore del gusto della decorazione e dell’arredamento.  Assieme ai fratelli Carlo e Carlo Giuseppe apre un laboratorio di decorazioni e mobili all’ultima moda. Fatica ad inserirsi nel provinciale ambiente milanese, sbatte in faccia alla città idee innovative che trovano qualche committente nella società più attenta alla cultura e alle mode internazionali, ma soprattutto detrattori nella più folta schiera dei conservatori terrorizzati dai cambiamenti  politici  e culturali di quegli anni.  In pochi anni mette in opera a Milano alcune decorazioni d’interni di gusto Louis XVI  impeccabili.  Si vedano a questo proposito alcuni ambienti del primo piano di Palazzo Cusani, datate 1773;  il resto del suo lavoro di quegli anni è andato perduto con i bombardamenti che devastarono Milano nel 1943. Per questi nuovi ambienti disegna anche mobili perfettamente informati delle ultime mode parigine.  Impiega una generazione di  giovani falegnami e intagliatori  locali,  soprattutto fornisce disegni al giovane ebanista Giuseppe Maggiolini.  Frutto di questa collaborazione sono le sorprendenti opere Louis XV che Maggiolini esegue nel corso dei primissimi anni Settanta, tra le quali spicca la scrivania che Ferdinando invia alla madre Maria Teresa a Vienna nel giugno del 1773.  E’ nel complesso una produzione avanguardistica, a volte non perfettamente risolta  da un punto di vista formale, ma prepotentemente generatrice di forme nuove.  L’invenzione del mobile moderno avvenne a Milano a partire dal 1769 e può ritenersi conclusa nel 1775 con l’esecuzione, da parte di Giuseppe Maggiolini, della coppia di commodes per il conte Greppi con intarsi su disegni del giovane Andrea Appiani[3] oggi divisa tra le Civiche Raccolte d’Arte milanesi e una collezione privata.

Allo stesso anno, e per il medesimo committente di quel caposaldo, risalgono i primi  mobili che si possano con franchezza attribuire ad Albertolli. Non hanno la forza inventiva di quelli di Agostino Gerli e della sua cerchia, ma sono impeccabili perché  perfettamente aggiornati rispetto alle mode parigine e ornati secondo un gusto inconfondibile: equilibrati e decorati secondo un sofisticato recupero dell’ornato rinascimentale. La sua grammatica e la sua sintassi ornamentale sono già perfettamente formate in questi primi mobili, corollario alle prime decorazioni milanesi.  Non mette qui conto indagare questo fatto,  perché ci allontanerebbe dallo scopo della nostra ricerca.  Ma vale la pena sottolineare che Albertolli in queste prime opere esce, come Minerva dalla testa di Giove, armato di tutto punto di un sensibilissimo gusto neorinascimentale che sarà l’inconfondibile cifra stilistica di tutta la sua lunghissima carriera, troppo spesso semplicisticamente confuso, nella congerie artistica della sue epoca e dalla storiografia successiva, col Neoclassicismo tout-court.

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Nel 1777, al fianco di Giuseppe Piermarini,  Albertolli progetta e soprintende all’esecuzione di alcuni ambienti e del salone di Palazzo Greppi, in via Sant’Antonio.  Antonio Greppi è uno degli uomini più ricchi e più in vista della città.  Banchiere, consigliere della corte arciducale, è il modello del suddito dell’età delle riforme. L’Imperatrice Maria Teresa nel 1774 lo insignisce del titolo nobiliare a ricompensa dei servizi resi a Vienna[4]. E’ dunque sulla scia di questo successo che Greppi acquista nel 1776 una “casa da nobile” in città  affidandone il restauro all’ “Imperial Regio Architetto” Giuseppe Piermarini secondo i dettami della nuova architettura ispirata alla classicità.  Albertolli anche in questo cantiere è a fianco di Piermarini per tutte le questioni che riguardano la decorazione e l’arredamento.  A completamento di questa intrapresa disegna un finimento di sedute in legno intagliato, laccato e dorato che  prende posto con grande precisione nella decorazione d’insieme delle pareti  del salone.

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Artigiani genovesi e milanesi su disegno di Giocondo Albertolli. Uno dei divani del salone di palazzo Greppi.

E’ la prima opera oggi nota di Albertolli disegnatore dell’arredo.  Le tracce documentarie che permettono la ricostruzione di questo lavoro, la sua esecuzione da parte di abili artigiani genovesi tra il 1777 e l’anno successivo,  si sono ricostruite altrove;  a quel testo si rimanda per chi desideri approfondire la vicenda[5].  Certo Albertolli dovette vedere i numerosi gruppi di sedute di gusto Louis XVI che Gerli disegnò e fece approntare da una schiera di falegnami e intagliatori per l’ambizioso committente che si era anche fatto spedire da Parigi stampe di mobili all’ultima moda.  E’ guardando al gusto francese dell’entourage Greppi che Albertolli disegnò questi mobili per il salone, ancora oggi in parte conservati in-situ.  Sono d’impianto transizione,  assai bene impostati. Declinano il francese con la lingua dell’ornamentazione milanese  – così come si va configurando proprio in quegli anni, improntata alla citazione rinascimentale – risultando di gusto squisito.  Le forme e le misure sono ben equilibrate; l’insieme ben coniugato al dettaglio ricercato. L’ornamentazione è serrata, condotta con ornati minuti, ben disegnati e attentamente armonizzati che spiccano in oro sul bianco di fondo:  eccola,  già chiara in quest’opera prima  la cifra stilistica dell’Albertolli disegnatore di mobili. Anche questi sono arredi ispirati alle forme parigine, ma più riccamente decorati secondo il gusto albertolliano. L’ornato, proprio come nelle volte, ricopre superfici, spigoli,  angoli e scanalature con un fitto campionario di finissimi intagli.  Il risultato sono mobili cesellati, con arabeschi dorati su campiture bianche e azzurrine.  Cronologicamente le due consoles non dovrebbero distare molto dal 1778, anno del finimento Greppi e dei due bassorilievi del Callani sui camini.

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Artigiani milanesi su disegno di Giocondo Albertolli. Caminiera in legno intagliato, laccato e dorato. Milano, palazzo Casnedi

Sempre al seguito di Giuseppe Piermarini Albertolli si occupò, tra il 1776 e il 1779[6], delle decorazioni di due ambienti del piccolo palazzo dei marchesi  Casnedi. Giuseppe Bianconi nella sua Guida di Milano ricorda come gli interni di questo palazzo fossero ornati  “con fini ed eleganti stucchi, e mobili disegnati da Giocondo Albertolli”[7].  Annota anche “i due  camini marmorei  delle medesime stanze  fatti a Roma che sono dell’ultimissima bellezza”[8]. Questi due ambienti sono ancora oggi conservati con i loro arredi fissi (stipiti, porte con architravi e sopraporte, le due caminiere sopra i camini romani) ma mutili dei mobili. Stipiti, porte e sopraporte presentano un impianto semplice, quasi dimesso, un ornato minuto e diligente, architravi con festoni in un caso e un fregio nell’altro;  complessivamente sono però cose di non grande momento. Ben più interessanti sono le due caminiere con i rispettivi trumeaux. Una in particolare presenta, nei montanti e nell’architrave, camei oblunghi dall’antico con figure intagliate in bianco su fondi colorati  alternati a riserve ornate da complessi girali fitomorfici, finemente intagliati e dorati, su fondi bianchi.  E’ chiaramente eseguita come accompagnamento al camino romano su cui poggia, in marmo bianco e porfido, con nell’architrave un fregio e negli angoli camei ovali.  Su questo tema progettuale Albertolli ritornerà molti anni più tardi,  e lo vedremo a suo tempo, per la caminiera sopra il camino con camei scolpito da Giovanni Battista Comolli e il trumeaux nel salone di Villa Melzi a Bellagio.

 

 

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Artigiani milanesi su disegno di Giocondo Albertolli. Caminiera in legno intagliato, laccato e dorato. Milano, palazzo Casnedi

La seconda caminiera presenta un ornato caratterizzato da un fregio con rosoni inseriti in un motivo a catena. Lo specchio non arriva sino alla cornice della volta, come nel caso della precedente, ma è sormontato da un pannello in cui è inserito un trofeo di strumenti musicali in legno intagliato e dorato su fondo bianco  prossimo a quelli che Albertolli aveva modellato in stucco, verso il 1774-1775, nelle riserve tra le colonne del secondo ordine della Sala delle cariatidi del palazzo di corte (ancora oggi in parte visibili).
E’ mio convincimento che Piermarini affidasse ad Albertolli tutti gli aspetti della decorazione d’interni dei propri cantieri, riservandosi il ruolo di supervisore; ruolo che dovette ridursi  presto a poca cosa considerata la fiducia che il ticinese seppe guadagnarsi. Nel 1777 in palazzo Greppi egli si occupò di tutto quanto necessario al completamento del salone: camini, arredi fissi, mobili e bronzi.  Il disegno di Piermarini con l’impostazione architettonica delle pareti e della volta oggi a Foligno (Biblioteca Comunale di Foligno, Fondo Piermarini, B 2), testimonia del disinteresse dell’architetto per tutto ciò che concerne l’ornato e mostra con chiarezza l’ampio spazio d’intervento lasciato ad Albertolli.  Di ciò è prova la grafica piermariniana nel Fondo di Foligno la quale non dimostra mai grande interesse per gli specimen ornamentali. E anzi personalmente credo che l’architetto non fosse poi particolarmente versato in questo genere d’invenzioni; piuttosto oggi, con questo catalogo del Fondo di Bellinzona alla mano,  andranno riguardati non pochi disegni di carattere ornamentale di quello di Foligno la cui paternità spetta, io ne sono convinto, ad Albertolli.  Si vedano, ad esempio, i fogli  folignati A. 142, A. 146-149, A .224, D.8.
In palazzo arciducale numerosi dovettero essere, in tal senso, gli interventi albertolliani che certo si protrassero nel tempo. Purtroppo la documentazione di quei lavori è perduta e il palazzo distrutto nel 1943 con gran parte del suo contenuto. Tra le carte di Bellinzona rimangono alcuni progetti di caminiere, forse relative all’arredamento del palazzo. Per certo disegnò, pubblicandone l’incisione nel volume edito nel 1787 Alcune decorazioni di nobili sale, il camino della seconda anticamera degli arazzi (Tav. X) ancora oggi conservato sebbene mutilo dei bronzi, e una caminiera con girandoles in bronzo (Tavv. VII, VIII), un “Ornamento di porta” (Tav. IX). Tutti arredi fissi – perduti – caratterizzati da un’impostazione architettonica sobria e minutamente ornati da motivi tratti dalla tradizione architettonica cinquecentesca che Albertolli  rielabora, con inesausta capacità  combinatoria, consegnandoci arredi arabescati secondo una sintassi compositiva densa e sempre equilibrata. Ma è certo che la sua opera dovette essere ben maggiore in quello che fu il più importante cantiere milanese dell’epoca arciducale e riguardare anche la progettazione di numerosi mobili. Ma di questi lavori rimangono oggi poche tracce e nessun documento.

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Artigiani milanesi su disegno di Giocondo Albertolli. Tavolo a console (di una coppia) in legno intagliato, laccato e dorato. Milano, Palazzo Reale

Presso il palazzo Reale di Milano si conservano due tavoli, risalenti all’arredamento del palazzo dell’arciduca Ferdinando, che tempo addietro abbiamo ricondotto all’invenzione di Giocondo Albertolli[9].  Già presenti nell’inventario del 1788 nella “seconda anticamera degli Arazzi”  – la cui volta è opera dell’Albertolli illustrata alla Tavola  XIV del volume Ornamenti diversi  (1782)– siamo in presenza di mobili disegnati verso la fine dalle settima decade. In questi tavoli Albertolli si distacca dal gusto parigino, che caratterizza le prime opere, per rivolgersi invece alla solida tradizione rinascimentale toscana non più solo per la parte ornamentale,  ma anche per la forma d’insieme. Essi appaiono infatti alla stregua di altari, con gambe a balaustro poggianti su plinti cubici. L’impianto presenta un debito di derivazione evidente con quelli vasariani per le cappelle laterali di Santa Croce, a Firenze. Albertolli disegna gambe a balaustro secondo una modina anch’essa di sapore rinascimentale, forse derivata da un candelabro, e le orna con foglie d’acanto in opposizione a una corona centrale.  Reimpiegherà qualche anno dopo quest’idea per uno dei tre candelabri in argento visibili alla Tavola  XIX  del volume Alcune decorazioni di nobili sale (1787). Le fasce sono definite da lunghe riserve ribassate di un celeste tenue in cui sono inseriti fregi traforati, intagliati e dorati di assai accurato disegno; piccole riserve quadrate  negli  angoli in corrispondenza delle gambe sono centrate da aggettanti rosoni anch’essi dorati.

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Tavola VIII del volume Alcune decorazioni di nobili sale

Alla Tavola VIII di Alcune decorazioni di nobili sale (1787) l’incisione di Andrea de Bernardis illustra un “Girandole eseguito in bronzo” per una caminiera del palazzo arciducale di Milano.  Di questi mobili si conoscevano  solo le riduzioni, databili all’inizio del XX secolo, presenti nel salone di villa Melzi a Bellagio ed erroneamente attribuite alla fonderia dei fratelli Manfredini[10]. Ho avuto recentemente modo di studiare presso una collezione privata  una coppia degli originali settecenteschi provenienti dal palazzo arciducale. Sono l’esatta realizzazione del progetto albertolliano e recano entrambi la stampigliatura di un inventario ottocentesco del palazzo milanese.  Sappiamo che Albertolli già a palazzo Greppi, nel 1777, fu attivo come disegnatore di bronzi: si conservano infatti i mandati di pagamento intestati ai bronzisti e agli ottonari per l’esecuzione di vari mobili, purtroppo tutti perduti, recanti la sua approvazione[11]. Al momento rappresentano l’unica testimonianza della sua opera in questo settore poiché anche i due che egli pubblica alle Tavole XIX e XX del primo volume  Ornamenti diversi  (1782), realizzati per il palazzo di corte milanese, sono a tutt’oggi perduti.  Il gusto è quello dei bronzisti parigini Louis XVI,  l’articolarsi del repertorio ornamentale albertolliano è modellato con un’attenzione plastica e una sensibilità spaziale che ne fanno delle sculture  – a dispetto della piatta incisione del de Bernardis -. Siamo in presenza di due manufatti milanesi la cui qualità esecutiva è impeccabile, in nulla inferiore a quella dei migliori bronzisti parigini. Nel fondo Greppi si conserva una copia di un disegno del  famoso laboratorio romano di Luigi Valadier inviato nel 1777 al conte con le invenzioni di quattro girandoles[12]. E’ immediato notare come una di queste, quella contrassegnata con la lettera A,  mostra concordanze con quanto fatto da Albertolli in questi bronzi: testimonianza di un debito nei confronti di quei modelli romani.

 

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Artigiani milanesi su disegno di Giocondo Albertolli. Tavolo a console in legno intagliato, laccato e dorato. Già Milano, Palazzo Reale

Un tavolo, attualmente disperso,  attribuibile ad Albertolli, fu pubblicato da Clelia Alberici nel suo volume Il mobile lombardo[13]. Lo stesso è visibile, in una vecchia fotografia d’inizio Novecento pubblicata da Giacomo Bascapé[14], nella galleria degli specchi del Palazzo Reale di Milano. Si tratta di un mobile d’epoca arciducale, stilisticamente attribuibile con chiarezza ad Albertolli. Come per le due consoles d’aplique è ispirato ai coevi modelli Louis XVI,  finemente decorato secondo i suoi repertori ispirati all’ornamentazione rinascimentale. Nel Fondo dei disegni dell’officina Maggiolini, oggi presso il Gabinetto dei disegni delle Civiche Raccolte d’Arte milanesi, è conservato il cartone preparatorio in scala 1:1 di un tavolo (C Coll. 168) graficamente molto vicino al fare dei disegni preparatori in grande del Fondo di Bellinzona.  Rispetto a quanto realizzato nel tavolo, il disegno presenta variazioni riguardanti l’ornato minuto; ma impianto e ornamentazione sono nel complesso identici.  Si tratta forse di un progetto di Albertolli per un mobile da realizzarsi nei finissimi intarsi  di Giuseppe Maggiolini, o di un progetto per il mobile in questione poi finito tra le carte del celebre intarsiatore?  Impossibile dire; vale la pena segnalare, in questa sede, il disegno certamente attribuibile ad Albertolli. Un secondo tavolo disegnato da Albertolli per l’arredamento del Palazzo arciducale è quello oggi conservato presso il palazzo della prefettura di Milano, sino a prima della seconda guerra in Palazzo Reale. Come il precedente guarda ai modelli Louis XVI ed è ornato secondo il minuzioso repertorio albertolliano. Le gambe sono tornite, ornate da una guaina di foglie d’acanto e una corona, non dissimili da quelle dei due tavoli con gambe a balaustro ancora a Palazzo Reale con i quali questo mobile condivide anche l’impianto ornamentale della fascia con  fregio nella riserva centrale e riserve angolari quadrate centrate da rosoni ad altorilievo.

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Artigiani milanesi su disegno di Giocondo Albertolli. Tavolo a console in legno intagliato, laccato e dorato. Già Firenze, Massimo Tettamanti

Un terzo tavolo,  alcuni anni orsono comparso presso l’antiquario fiorentino Massimo Tettamanti, è anch’esso riconducibile all’invenzione di Albertolli.  Qui struttura e ornato hanno un fare più marcatamente architettonico, con forti gambe a sezione quadrata raccordate alle fasce da dadi su cui insistono grandi mensole che reggono una fascia sottile, senza riserve, coronata da una vistosa cornice con echini.  L’ornamentazione è nel complesso più asciutta che negli altri mobili sin qui visti, ma  i motivi sempre disegnati con grande cura.  Impossibile, al momento, datare questi tavoli con precisione all’interno del lasso di tempo che va dal 1777, anno delle prime invenzioni di cui si è detto, al 1796, anno della fine del governo arciducale sulla Lombardia.

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Artigiani Milanesi, Sedia su disegno di Giocondo Albertolli. Già collezione Castelbarco Albani

Clelia Alberici  pubblicò nel 1969 una sedia e un divano a quel tempo in collezione Castelbarco Albani[15]. Si tratta di arredi parte di  un numeroso finimento molti anni dopo disperso in  una vendita all’asta fiorentina. Un disegnino di una gamba  di sedia nel Fondo (Inv. 216) – di  mano di Giocondo – ci ha permesso tempo fa di attribuirgli con sicurezza l’invenzione di questo finimento. La gamba tronco conica e scanalata,  innestata nella cintura ornata  da un cameo,  è un progetto esatto (in scala 1:1) di quanto possiamo vedere realizzato in quel gruppo disperso.  A differenza di quello per palazzo Greppi, caratterizzato da linee curve,  questo è d’impianto rigorosamente ortogonale.  Il fine ornato è sempre improntato della tradizione rinascimentale: nelle fasce sono inseriti camei alternati a riserve densamente ornate da piccoli racemi  mentre i braccioli del divano sono inferiormente inguainati da foglie d’acanto sorgenti da zampe ferine. Non dovremmo essere in anni molto distanti dal finimento Greppi; allo stato degli studi non pare saggio tentare precisazioni avventate tanto più che oggi conosciamo questi mobili solo attraverso le vecchie e non belle immagini pubblicate dall’Alberici. Idee ornamentali non distanti da quelle che hanno condotto Albertolli nella progettazione di questo finimento, si ritrovano in un foglio a Bellinzona con due studi, forse proprio per fasce di sedie con camei e festoni (Inv. 268).

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Tavola VI del volume Alcune decorazioni di nobili sale

Probabilmente il mobile più celebre disegnato da Albertolli è la “sedia in forma di tripode”, come egli la definisce nella didascalia al piede della Tavola VI di Alcune decorazioni di nobili sale (1787) dove è illustrata assieme a un secondo sgabello e un sofà. Il numeroso finimento di cui lo sgabello faceva parte[16] fu approntato “per un gabinetto della R.Villa di Monza”  verosimilmente nel 1783, comunque entro la primavera del 1784 quando una prova di stampa avanti lettera della Tavola VI risulta già incisa (Inv. 143)[17].  Questa volta si tratta di un mobile totalmente ispirato all’antichità classica. Forse Albertolli trasse ispirazione da qualcuno di quei vasti repertori di mobili e oggetti  dall’antico che circolavano in quegli anni.  Certo è che anche nella pittura contemporanea più sensibile al recupero della storia antica gli esempi di tripodi  ad uso di bracieri o sedute sono numerosi.  Insomma i modelli ispiratori a questo proposito non mancarono di certo. Il forte e sobrio impianto è ingentilito dal consueto repertorio albertolliano di ornati ben disegnati e armonizzati. Il mobile nel complesso presenta un carattere e una forza  ben superiori ai mobili visti sin ora;  si tratta di una delle migliori invenzioni della carriera di Albertolli disegnatore di mobili. Presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia Alvar  Gonzàlez-Palacios  ritrovò  quello che probabilmente è il disegno preparatorio di mano dell’Albertolli. Come uno dei migliori esempi del mobile neoclassico europeo fu esposto alla storica mostra londinese The Age of Neo-classicism del 1972[18].

Assieme a questo celeberrimo mobile, la Tavola VI di Alcune decorazioni di nobili sale (1787) presenta una  seconda “sedia in forma di tripode” ed un sofà. Mobili eseguiti per un gabinetto della villa di Monza, come ci informa la didascalia, purtroppo a tutt’oggi dispersi. Si tratta di idee più convenzionali, inserite nella circolazione europea del gusto Louis XVI; dovette tuttavia trattarsi di due piccoli gioielli, finemente cesellati dall’ornamentazione albertolliana. La colonna al centro dello sgabello è una derivazione delle gambe a balaustro delle consoles  neo-rinascimentali di palazzo Reale, il fregio in bassorilievo con la danza dei putti attorno all’ara sullo schienale del sofà ha la grazia di un bassorilievo dei della Robbia.  Sono invenzioni databili alla prima metà degli anni Ottanta e, assieme al precedente,  gli unici mobili inclusi da Albertolli nei suoi volumi.
La Tavola XVIII di Alcune decorazioni  (1787) mostra un faldistorio eseguito in legno intagliato e dorato per l’arcivescovo Filippo Maria Visconti. Il mobile è andato perduto; quello più volte pubblicato[19] altro non è che una copia dell’originale – nemmeno troppo fedele a giudicare dal confronto con l’incisione – eseguita agli inizi del XX Secolo. E’ un altro pensiero d’ispirazione rinascimentale, caratterizzato da linee curve che si intrecciano a X in modo armonico per  arricciarsi alle estremità formando piedi e braccioli.  Il repertorio ornamentale ormai ben noto lo arricchisce con la consueta minuzia. Sotto i riccioli dei braccioli trovano posto delle testine alate che sorreggono festoni di foglie di ulivo. Mobile impossibile da datare con precisione ma certo progettato da Albertolli entro il 1787 – quando la Tavola di Andrea de Bernardis che lo illustra fu pubblicata –  ma certo il primo mobile Neorinascimentale della storia del mobile italiano.
Del 1789 è l’esecuzione, da parte dall’officina dei Maggiolini, celeberrimi ebanisti e intarsiatori attivi a Parabiago, presso Milano, di una coppia di commodes considerata uno dei capolavori del Neoclassicismo europeo.

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Giuseppe Maggiolini, Commode (di una coppia) 1789
Tremezzo, villa Sola-Busca

L’invenzione di questi mobili spetta ad Albertolli. La prova risiede in un appunto di suo pugno su uno dei cinque disegni preparatori per le tarsie, oggi nell’album Vallardi presso la biblioteca dell’accademia di Brera, che lascia intendere il suo ruolo di regista della commessa.
Al piede del disegno per la tarsia di una delle ante dei mobili si legge:

“Consegnato il 14 aprile 1789. Si raccomanda al bravo Sig. Maggiolini la miglior conservazione possibile dei disegni per poterli rimettere meno guasti che sia possibile. Se poi avesse bisogno di far correggere l’altro quadro grande lo mandi a Milano subito mentre il disegnatore fra quattro o cinque giorni passerà a fare un po’ di vacanza”.

Chi fu il “disegnatore”  che mise a punto i due quadri grandi da intarsiarsi sulle ante (uno solo conservato nell’album Vallardi) non sappiamo con certezza.  Forse si parla di Raffaele, figlio di Giocondo, che sarebbe tornato a casa per le vacanze di Pasqua,  a cui potrebbe graficamente essere attribuibile il disegno con l’iscrizione. Non credo si parli di Andrea Appiani, cui spettano invece con certezza gli altri quattro disegni dell’album destinati alle tarsia dei fianchi di questi mobili.  Fogli di ben altra qualità rispetto al primo. Che Albertolli dovette avere parte anche nel progetto d’insieme di questi singolari mobili è evidente osservandoli. Si tratta infatti di commodes ispirate a grandi cassoni rinascimentali, finemente ornati sia da tarsie sia da cornici intagliate e dorate,  e chiusi ai lati da figure muliebri, anch’esse in legno intagliato e dorato, prossime a quelle che Albertolli aveva modellato in stucco nelle volte di palazzo Belgiojoso (poi incise alla tavola XIII e in dettaglio alla XV del volume del 1787).  Come assai prossimi a quelli visibili negli alari sempre per palazzo Belgiojoso (visibili alla tavola XVII) sono i grifi bronzei a patina scura su cui i mobili poggiano.  Sono invenzioni non comuni per l’ambiente milanese, nemmeno ignare di alcune invenzione parigine Louis XVI come la commode di Riesener per la camera da letto di Luigi XVI a Versailles o il portagioie di Maria Antonietta oggi al Louvre, e tuttavia inconfondibilmente improntate dal gusto per il buon ornato del rinascimento che sempre permea l’opera albertolliana. Va anche detto che questi mobili sono l’unica opera maggioliniana in qualche modo collegata all’attività di Giocondo Albertolli. Sino a prima della guerra  i due mobili, oggi presso villa Sola-Busca a Tremezzo sul lago di Como dove furono riscoperti da Clelia Alberici[20],  erano conservati in palazzo Serbelloni, a Milano. Nel maggio 1796  arredavano la camera nella quale dormì il generale Napoleone Bonaparte quando entrò conquistatore a Milano.

L’etа napoleonica

A giudicare dai disegni del Fondo di Bellinzona, con la chiusura del periodo arciducale la carriera di Albertolli ornatista e progettista dell’ornato dovette arrestarsi.  Gli anni che trascorsero tra la battaglia al ponte di Lodi del maggio 1796 e quella di Marengo del giugno 1800, furono profondamente turbati da guerre, battaglie, avvicendamenti di potere repentini che comportarono la fine della felice stagione della grande decorazione neoclassica. Per tutti i protagonisti, per le manifatture,  per gli artigiani che avevano lavorato alla messa in scena della magnificenza neoclassica, si aprì una profonda crisi. Anche Albertolli subì questa mutata situazione economica, dedicandosi maggiormente all’insegnamento e a quelle attività, come il commercio librario, di stampe e opere d’arte con l’estero, che ancora davano possibilità di guadagno ad una persona ben introdotta negli ambienti artistici  e collezionistici quale ormai era il Professor Albertolli.
La situazione cambiò radicalmente a partire dal 1802 circa quando la città cominciò a prepararsi per diventare sede della corte napoleonica.  I palazzi ex-arciducali furono interessati da massicce campagne di restauro, ammodernamento e arredamento, tanto più che la gran parte degli arredi arciducali erano andati dispersi nel 1796 in aste pubbliche organizzate dai francesi par pagare gli stipendi dei militari dell’Armée d’Italie. Persino gli specchi del salone da ballo si tentò di vendere nel 1799 – ma nessuno dei commercianti di cristalli milanesi ebbe i soldi per comprarli –  mentre si riuscì a vendere tutti gli addobbi arciducali superstiti;  nemmeno mancarono “ladrocini” come ricorda il Canonico Mantovani[21] il quale a proposito dei lavori di restauro nel maggio del 1802 scrive: “In corte si sono già messi in ordine alcuni appartamenti con un lusso di mobili superiore al passato”[22].  A questo punto anche i privati più legati alla nuova corte, tra tutti vale l’esempio di Francesco Melzi d’Eril, intrapresero lavori di ammodernamento e di arredamento dei propri palazzi secondo i dettami del nuovo gusto Impero. Il grosso dei lavori fu concentrato nel 1804, in previsione delle feste per l’incoronazione di Napoleone che si sarebbe tenuta nel maggio del 1805.  Maggiolini, come numerosi disegni del Fondo dell’officina testimoniano, riprese a lavorare per la corte proprio dal 1804 sin verso il 1807, producendo alcuni mobili molto ricchi  – ad esempio due commodes con fini intarsi su fondi di mogano ornate da bronzi dorati destinate alla camera da letto di Napoleone [23]- e innumerevoli tavoli da gioco per il palazzo di Milano, e la villa di Monza.
Alcuni fogli del Fondo (Inv. 349, 350 e 351 ) presentano studi per baldacchini, forse riconducibili all’incoronazione di Napoleone a Milano. A questi va aggiunto anche il foglio 826 del Fondo Trefogli.  Il 349 mostra un coronamento finemente ornato con quattro putti danzanti. Il 350 una corona con globo e croce che regge un panneggiamento. E’ il recto del foglio 350 che presenta un progetto acquerellato di un grande baldacchino, riccamente ornato e coronato da un’aquila,  retto da composite colonne caratterizzate da figure muliebri, sotto il quale stanno due troni sul cui schienale campeggia una N inscritta in una stella.  Forse si tratta di un progetto – o magari solo di una fantasia – per il baldacchino dell’incoronazione di Napoleone. Il verso del foglio reca il  prospetto architettonico di un palazzo;  al piede sono cinque schizzi a matita di troni. Non si direbbe, ne per il recto, ne per il verso, trattarsi di disegni attribuibili ad Albertolli;  almeno a Giocondo. Nulla esclude si tratti invece di cose di Giacomo, suo nipote e professore sino al 1805 di architettura all’Accademia di Brera, che, come tale, dovette essere coinvolto nella progettazione degli apparati per l’incoronazione di Napoleone. Certo è, a questo proposito,  che il clan Albertolli e la stessa scuola di ornato di Brera dovettero in qualche modo essere coinvolti nella progettazione degli apparati effimeri per le feste dell’incoronazione. Ma tutto ciò non è al momento ricostruibile attraverso questi pochi disegni e in mancanza di altre fonti. Nessuna memoria albertolliana ricorda questi lavori, e non poteva essere altrimenti ché le sue note autobiografiche furono tutte redatte in tarda età quando, da fedele suddito dell’Imperatore d’Asburgo,  certi ricordi napoleonici erano per l’anziano professore inammissibili.
Relativo agli anni napoleonici  – e probabilmente ai lavori di cui si è accennato per il palazzo adesso chiamato Imperiale –  è anche il foglio 227 che presenta la veduta laterale di un camino. Si tratta di un’idea da essere tradotta in marmo, come ricorda l’appunto di pugno di Giocondo datato “29 aprile 1809”. La mensola è retta da un grande leone monopode con la criniera in guisa di guaina d’acanto che forma, posteriormente,  un girale adagiato sopra il ginocchio della gamba. Contro il pilastro è la metà di una composita candelabra di foglie e fiori d’acanto. Non si tratta del consueto leone monopode dalle grandi ali secondo l’iconografia convenzionale di Percier et Fontaine, quanto piuttosto di una più sofisticata citazione d’impronta rinascimentale. E’ una prova di come anche durante il periodo napoleonico Albertolli disegnò arredi, e del suo farlo secondo il suo gusto peculiare.
Nel Fondo Albertolli di Bellinzona non mancano alcuni disegnetti di arredi in stile Impero che però è difficile dire se siano databili all’epoca napoleonica o piuttosto, come sono propenso a credere, alla successiva Restaurazione. Sono tutte fantasie di poco momento come quelle visibili ai fogli 208, 210, 213 e 214.  Non è nemmeno certo siano fogli riferibili ad Albertolli: forse cose di allievi come, ad esempio, il foglio con tripode (Inv. 348), evidentemente esercizio per un concorso accademico.
Un discorso a parte vale per quei mobili che Albertolli disegnò, nel lasso di tempo che va dal 1808 al 1812,  a completamento delle decorazioni di villa Melzi a Bellagio, – sua opera architettonica nella quale egli ebbe la più grande libertà per tutte le questioni decorative. Ma va detto, a scanso di equivoci, che non è un capitolo al momento compiutamente indagabile poiché i disegni nel Fondo relativi a quei lavori non trovano riscontro in mobili conosciuti. La villa conserva solo parte dell’arredo originale, inoltre l’archivio Melzi, a tutt’oggi conservato, non è stato ancora compiutamente studiato e reso pubblico. Da un’indagine compiuta recentemente da Ornella Selvafolta, che vi ha avuto accesso,  apprendiamo del ruolo svolto da Albertolli nella  progettazione dei camini del piano nobile della villa, eseguiti a Carrara da Giovanni Battista Comolli e collaboratori tra il 1808 e il 1810[24]. Vi si ritrova, nel camino della Sala delle erme, una versione di un’idea risalente al 1777 per il salone di palazzo Greppi a Milano.  Ma anche novità di gusto neorinascimentale ante literam nel camino per il salone, caratterizzato da camei con i busti dei protagonisti delle arti italiane, su progetto iconografico di Giuseppe Bossi[25].

Sala-delle-museNella soprastante caminiera in legno intagliato, dorato e laccato in policromia – e nel trumeau in pendant.  Albertolli ancora ripropone idee già utilizzate alla fine degli anni Settanta del Settecento per palazzo Casnedi a Milano, come accompagnamento del  grande camino romano con camei dall’antico di gusto piranesiano.  L’ornato fogliaceo ha perduto il naturalismo di quei mobili squisiti,  ora è stilizzato, affettato, quantunque  sempre sensibile al rinascimento. Nelle riserve ottagonali oblunghe trovano posto, intagliati in bassorilievo, filosofi derivati da disegni di Giuseppe Bossi[26].  Sono mobili molto raffinati  e superbamente eseguiti sui quali l’archivio Melzi, si spera, in futuro potrebbe riservare utili notizie. Una specchiera,  poggiante sopra un tavolo a muro, nell’impianto ornamentale prossima a queste del salone di villa Melzi, la si vede accennata in un disegno autografo del Fondo (Inv. 205).  Specchiere e caminiere caratterizzate da riserve ottagonali si trovano anche in due disegni, sempre attribuibili ad Albertolli, tra le carte di Giuseppe Maggiolini (A 122 e C 373).
Ancora oggi presso villa Melzi a Bellagio si conservano alcuni tripodi in marmo bianco di Carrara. Forse cose eseguite a Carrara al seguito dei camini. Sono restaurati ed uniti a formare un accrocchio. Tracce del progetto di questi mobili, invenzioni di grande fascino, sono forse tre nitidi disegni esecutivi del Fondo (Inv. 209, 218 e 219).  Si tratta senza dubbio di un’invenzione  albertolliana secondo lo stile Impero databile tra il declino di quell’epoca e l’inizio della successiva Restaurazione.
I fogli 220, 221, 222, 223, 224 e 225 del Fondo Albertolli di Bellinzona sono modine per gambe di tavoli, ossia di consoles. Su tre compaiono appunti di pugno di Giocondo che ricordano come si tratti dei tavoli per “una sala d’angolo” con piano in “marmo Bardiglio”, per “la sala da tavola” con “marmo bianco venato”  e “per la camera da letto di S. E.” con “marmo bianco venato”. Tutti recano  la data 9 luglio 1812. Un quarto disegno, senza data ma del tutto coerente con questi tre, reca l’iscrizione: “N.1 Tavolino di noce a quattro / gambe senza coperto / ben finito ma non lucido dovendo  / essere verniciato a colore”. Completa questo gruppo un quinto foglio, con iscrizioni relative solo a misure. Almeno per i primi tre disegni si tratta di progetti per una commessa del luglio 1812 comprendente arredi per tre ambienti diversi della medesima residenza di “S[ua] E[eccellenza]”. Il quarto disegno ci dice qualcosa in più sulle caratteristiche  di questi tavoli che, scolpiti nel legno di noce, dovevano essere verniciati “a colore”.  Ci si può dunque immaginare mobili semplici dalle  gambe con torniture slanciate e appena ornate con pochi motivi  fitomorfi stilizzati ad intaglio,  dipinti probabilmente con tinte tenui: pensieri non esenti da una certa grazia preromantica.   Mobili si direbbe più adatti a una villa di campagna che a un palazzo di città.  Si tratta forse di mobili per villa Melzi a  Bellagio?  La data è compatibile con la cronologia della costruzione e della decorazione della villa. Ciò che colpisce di queste invenzioni  è come ancora una volta Albertolli,  che nel 1812 ha settant’anni, risulta perfettamente informato del gusto del momento e anche capace di praticarlo con risultati di indiscutibile grazia.

La Restaurazione

Nel 1814, anno del Congresso di Vienna che ristabilì anche sulla Lombardia il governo  di casa Asburgo, Giocondo Albertolli ha 72 anni. Da 38 anni è professore di ornato all’Accademia di Brera. Non si possono contare gli allievi che presso la sua scuola in questo lunghissimo tempo si sono formati e che ora lavorano nella più diverse discipline artigianali. L’impresa della costruzione di villa Melzi a Bellagio è conclusa. Melzi con la fine del governo francese è un uomo anziano e in disgrazia; si trasferisce a Bellagio, buen retiro degli ultimi due anni che gli restano da vivere. Morirà nel gennaio del 1816.  La villa non è ancora completata e non si hanno più notizie di lavori di arredamento. Sarà il nipote Giovanni Francesco Melzi (1788-1832) a riprenderli, probabilmente all’inizio della decade successiva.  Ma, da quello che oggi si può vedere, commissionò  mobili d’uso piuttosto modesti,  per i quali volle comunque rivolgersi al vecchio progettista della villa. Ancora oggi in situ si conservano un gruppetto di sedie, poltroncine e  panchetti  – provenienti da diversi finimenti – reso noto in occasione della mostra “Il trionfo dell’ornato”, tenutasi alla Pinacoteca Zust di Rancate nel 2005[27]. Arredi semplici ma di disegno accurato secondo quel gusto che andò diffondendosi con la fine dell’Impero in tutta Europa sotto il nome di Biedermeier. Rimangono tracce di questi mobili in un gruppo di disegni nel Fondo Trefogli e corollario in due tra le carte dell’officina di Giuseppe Maggiolini (B 244, 245). Fatto che potrebbe significare un’esecuzione di questi mobiletti nello stabilimento di Parabiago che, dopo la morte di Giuseppe avvenuta nel 1814, nel corso di un lento declino si dedicò spesso anche alla produzione di modeste commesse di falegnameria. Idee di Giocondo Albertolli come si è affermato in occasione della mostra di Rancate?  Io penso piuttosto si tratti di invenzioni di un qualche collaboratore/allievo dell’oramai molto anziano maestro. A un ignoto collaboratore vanno ricondotti anche il gruppo di disegni di sedute del fondo Trefogli,  improntati alle stravaganze Biedermeier di sapore affatto nordico.
Ancora Albertolli tra  il 1815 e il 1822 fornì alcuni disegni di mobili a ciò che rimaneva della bottega Maggiolini. Ne sono testimonianza alcuni progetti tra le carte del Fondo Maggiolini per Gaetano Melzi (1783-1851) – non imparentato con Francesco e suo nipote Giovanni Francesco –  che fu celebre letterato ma soprattutto bibliofilo di straordinaria importanza (e forse in virtù di questa passione in rapporto con il vecchio Albertolli). Un disegno per una duchesse nelle carte nel Fondo Maggiolini (B 243), che ai disegni Trefogli si collega,  reca il nome del committente: “Melzi D. Gaetano”. Tre disegni (B 247, C 8 e C 9) riguardano il progetto di un “letto disegnato dal Sig.[nor]e Cavag[lier].e Albertolli ed eseguito p.[er] L’ill.[ustrissi]mo Sig.[nor] Conte Melzi 1815”. Ci si può fare l’idea di questo arredo, certo eseguito a Parabiago nella fabbrica Maggiolini – Giuseppe è  però morto l’anno prima –  dal disegno B 247 che ci mostra il mobile con chiarezza in proiezione ortogonale.  E’ un’invenzione tutta improntata allo stile Biedermeier ma le torniture, assai ben studiate nelle due modine (C 8 e C 9), mostrano la consueta grazia delle forme del rinascimento prediletto; il foglio ha la nitidezza dei progetti albertolliani.  Ancora tra le carte maggioliniane per questo committente è  anche un disegno per una caminiera datato 1822.
Sempre nel Fondo Maggiolini si conserva un progetto in scala 1:1 per un dettaglio di mobile (C 169). Si tratta di un panchetto caratterizzato da un’alta fascia, ornata da un fregio con antemioni e cespi d’acanto stilizzati, poggiante su piedi cilindrici scanalati e completati inferiormente da semisfere. E’ un progetto assai raffinato databile all’epoca della Restaurazione. La qualità grafica lascia pensare che siamo in presenza di un foglio autografo dell’anziano maestro.  E’ lecito immaginarsi un mobile intarsiato, visto la presenza del disegno tra le carte della fabbrica del celebre intarsiatore; ma potrebbe trattarsi anche di un mobile ornato da fini intagli. Alla medesima epoca dovrebbe risalire l’idea per un tripode reggi vaso di cui rimane un appunto, probabilmente riconducibile a Giocondo, tra le carte di Bellinzona (Inv. 213). E’ un mobile Impero, ornato nella fascia da un fregio non dissimile da quello del panchetto tra le carte Maggiolini.
Tra le carte di Giuseppe Maggiolini è anche un progetto di tavolo rotondo a gamba centrale tornita (B 261).  Ma non  sembra avere nulla a che fare con la mediocre produzione di quegli anni della fabbrica di Parabiago.  Un’iscrizione di mano – non più fermissima –  di  Albertolli con specifiche tecniche e misure reca la data: “7 gennajo 1822”. Maggiolini è già morto da otto anni e Giocondo è ottuagenario. Il tavolo (nulla esclude si tratti di un’idea per un mobile in marmo) è un capolavoro del mobile di epoca Biedermeier in cui le forme Impero si stemperano non nel capriccio berlinese di uno Schinkel,  ma in una limpidezza squisitamente Neorinascimentale. A questo progetto si possono affiancare due disegni del Fondo di Bellinzona (Inv. 211 e 215) che propongono un tavolo prossimo a quest’ultimo ma non altrettanto bello. Altro mobile appartenente al miglior Biedermeier è la poltrona in un disegno, anch’esso tra le carte maggioliniane, attribuibile con certezza ad Albertolli (B 252). Il disegno di tavolo del 1822  e questo furono esposti nel 1972 alla mostra londinese The Age of Neo-classicism[28]. Ancora oggi, dopo quarant’anni di avanzamento degli studi,  si confermano  mobili  degni del miglior primo Ottocento europeo.Giocondo Albertolli dominò il gusto milanese della decorazione d’interni per oltre un cinquantennio. Dopo di lui il suo insegnamento, oramai cristallizzato, continuò a dominare Milano grazie ai suoi allievi che gli successero alla cattedra di Ornato a Brera.  Ininterrottamente gli studenti dell’Imperial Regia Accademia si esercitarono seguendo la prassi formativa e il solido gusto albertolliano;  anche dopo l’unità d’Italia,  addirittura sino alla soglia del XX Secolo.

Fig.24Una fotografia mostra il giovane Carlo Carrà nel 1897 quando era allievo di Ornato presso l’accademia di Brera, in posa davanti ad un suo disegno di una volta di gusto nitidamente albertollino.  Negli stessi anni l’architetto Majnoni d’Intimiano eseguì per Umberto di Savoia restauri di ambienti della villa di Monza così ben informati del gusto Neoclassico di Albertolli da confondersi perfettamente con le decorazioni eseguite dal maestro nell’ultimo quarto del XVIII secolo per l’arciduca Ferdinando.
Meno cristallizzata ed incisiva fu l’influenza sul gusto dell’arredo, che rimase circoscritta agli anni dei grandi cantieri milanesi di epoca arciducale (1777-1790 ca.).  Ciò perché, come si è visto, egli vi si dedicò a latere della propria opera di ornatista e professore dandone scarsa conoscenza attraverso i suoi volumi.  Anche va detto che il gusto dell’arredo nel cinquantennio in cui egli operò subì modificazioni rapide e sensibili alle ultime mode “infranciosate” – per dirla con una definizione sprezzante che Albertolli stesso riservò alla produzione di bronzi ornamentali dei fratelli Manfredini – che poco furono da lui amate.  Il suo gusto improntato alle buone maniere del rinascimento italiano, mal si prestava ad essere coniugato con queste mode sempre piuttosto chiassose. Magistralmente, come si è visto, Albertolli per un cinquantennio disegnò mobili di un gusto, di una grazia direi, che solo lui seppe esprimere nella Milano neoclassica. Vi riuscì senza mai alzare la voce,  rimanendo nonostante il ruolo accademico ufficiale, in fatto di mobili, un solitario e un fuoriclasse.

 

Note
[1] F.Cleis, L.Noseda, A.Ramelli, Una via milanese per Pietroburgo, Bellinzona, 1996 [2] E.Baccheschi, Un decoratore italiano “compagnon sculpteur” di Honoré Guibert: disegni di Agostino Gerli, in: Antologia di Belle Arti, nn. 35-38, Torino, 1990, p. 89 e sgg. [3] G.Beretti, Il mobile dei Lumi, 2010, p. 414 e sg. [4] Dizionario biografico degli italiani, ad vocem  [5] G.Beretti, La magnificenza del banchiere, Milano,  2005, p. 34 e sgg. [6] G. Mezzanotte, Architettura Neoclassica in Lombardia, Napoli,  1966, p. 82 [7] G.Bianconi, Nuova guida di Milano, Milano, Sirtori, 1795, p. 388-389  [8]Ibidem  [9] G.Beretti, Op.cit., 2010, p. 181 e sgg., con bibliografia precedente.  [10] E.Colle, F.Mazzocca, a cura di, Il trionfo dell’ornato, Milano, Silvana, 2005, p. 203  [11] G.Beretti, Op.cit., 2005, p. 25 [12] G.Beretti, Op.cit, 2010, p. 226 e sgg.  [13] C.Alberici, Il mobile lombardo, Milano, 1969, p. 205  [14] G.C. Bascapé, Il Regio Ducal palazzo di Milano dai Visconti ad oggi, Milano, 1970, pagine non numerate  [15] C. Alberici, Op.cit., pp. 216-217  [16] Quattro sgabelli sono oggi conservati presso le Civiche Raccolte d’Arte applicata del comune di Milano, altri due presso il Palazzo del Quirinale a Roma.  [17] A questo proposito si veda: G.Beretti, Giocondo Albertolli: uno sgabello a foggia di tripode per la villa di Monza, in: Rassegna di studi e notizie, Milano, 1995, Vol. XIX,  p. 45 e sgg.  [18]A.Gonzàlez-Palacios, in: catalogo della mostra The Age of neo-classicism, Londra, The Royal Accademy and the Victoria & Albert Museum, 1972, p. 789  [19] E. Colle, F. Mazzocca, Op.cit., 2005, p. 202 con bibliografia precedente [20] C.Alberici, Op.cit., p. 186 e sg.  [21] A cura di E. Larsimont Pergameni, Diario del Canonico Mantovani, in: Rassegna mensile del Comune e bollettino di statistica, nn. 7/8, Milano, 1968, pp. 26-27  [22] A cura di E. Larsimont Pergameni, Op.cit., p, 41  [23] G.Beretti, Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano, 1994, p. 172 e sgg.  [24] O.Selvafolta, Lo scultore Giovanni BattistaComolli, Francesco Melzi e Giocondo Albertolli, vicende artistiche di Villa Melzi a Bellagio. Milano, 2010, p. 35 e sgg.  [25] O. Selvafolta, Op.cit., p. 42  [26] E. Colle, F.Mazzocca, a cura di, Op.cit., p. 190 e sg.  [27] E. Colle, F.Mazzocca, a cura di, Op.cit., p. 208 e sgg.  [28] AA.VV. Op.cit., 1972, p. 726 e sg.

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